Nacque a Torino il 16 novembre 1871 in una famiglia benestante.
Fu provata dalla morte del fratello e del padre nel giro di tre mesi. Insieme alla madre, si diede ad una più intensa vita cristiana, aderendo anche al Terz’Ordine Carmelitano. Quando apprese dal parroco di Marene, paese dove i suoi familiari avevano alcuni possedimenti, che stava circolando la voce che lei avrebbe fondato un istituto per bambine povere, la colse come un segno del volere di Dio su di lei: nel palazzo ereditato dai parenti inaugurò, nel 1894, l’Istituto San Giuseppe.
Esortata dall’arcivescovo di Torino, monsignor Davide Riccardi, diede inizio a una comunità religiosa di Terziarie Carmelitane, che vivessero nell’apostolato attivo la spiritualità dei grandi riformatori del Carmelo:
Il 19 marzo 1895, con la professione religiosa, cambiò nome in suor Maria degli Angeli, in onore dell’omonima Beata carmelitana. Il suo anelito alla vita claustrale sembrò appagato con l’ingresso nel monastero carmelitano di Moncalieri, ma ne uscì per motivi di salute.
Guidò l’istituto delle Terziarie (che dal 14 marzo 1970 porta il nome di Suore Carmelitane di Santa Teresa di Torino) nella formazione di due rami: uno contemplativo, ospitato in seguito nel nuovo monastero di Cascine Vica, e uno di vita attiva, ma centrato sulla contemplazione.
Trascorse i suoi ultimi anni nel monastero di Cascine Vica, dove morì il 7 ottobre 1949.
Il decreto sulle virtù eroiche è stato promulgato il 16 giugno 2017.
Nacque e fu battezzata a Siviglia nel mese di Luglio del 1890. I suoi genitori si chiamavano José ed Elisa. Si ignora la data della sua prima comunione.
Il 24 gennaio 1921 Cristina entrò nel convento delle Carmelitane scalze di Ojíjares (Granada), vestì l'abito il 15 agosto e fece la sua professione solenne il 21 agosto 1925.
Il 30 aprile 1946 Cristina uscì dal convento di Ojíjares, con altre cinque compagne, per la fondazione del convento a San Fernando (Cadice), inaugurato il 15 ottobre dello stesso anno, sotto l'invocazione della Santissima Trinità. Molto anziana ma piena di meriti morì in San Fernando il 24 marzo 1980.
L'Inchiesta diocesana sulla "vita, virtù e fama di santità" è stata aperta il 24 luglio 2005 e chiusa il 30 novembre 2008 presso la diocesi di Cadice e Ceuta.
Nacque a Cuntis, arcidiocesi di Santiago di Compostela (Spagna) il 6 ottobre 1700.
Fu educata fin da bambina ad una fede profonda e al lavoro. Le sofferenze patite e le grazie ricevute in fanciullezza facevano presagire il futuro misticismo. Nell’anno 1722, il giorno della festa di San Giuseppe, al quale era assai devota, contrasse matrimonio. Dopo la nascita di due figli e l’emigrazione del marito per ragioni economiche, udì l’invito del Signore a seguirlo. Lo fece, con una vita di totale rinuncia di sé, nella continua preghiera e nella disponibilità assoluta all’azione del Signore. Fu arricchita con i doni di svariati fenomeni mistici che si manifestavano anche esteriormente: benché analfabeta, ad esempio, sapeva leggere e scrivere senza l’aiuto di maestri.
Era dotata di un tale dinamismo apostolico, che portava a Dio quanti incontrava sul suo cammino. Testimoni di tutto ciò furono suo marito, i figli e un gruppo di giovinette, alcune delle quali si consacrarono a Dio in istituti religiosi. Raggiunse il culmine della sua vita spirituale nel 1729, dopo numerose purificazioni e grazie.
Il 19 marzo 1734 si consacrò a Dio, e altrettanto fece il marito. Lei entrò nel monastero di Santa Maria del Corpus Christi di Alcalá de Henares (Madrid). Nel 1748, insieme ad altre consorelle, si recò a Santiago di Compostela per fondarvi il Carmelo. Qui morì il 10 marzo 1760.
Il 29 novembre 1997 è stato concesso il decreto di validità al processo diocesano sulla “vita, virtù e fama di santità”.
Il decreto sulle virtù eroiche è stato promulgato il 7 novembre 2018.
Nacque il 29 novembre 1914, a Vighignolo (MI).
Ben presto il fanciullo sentì nel cuore la vocazione al sacerdozio. Su consiglio del parroco decise di entrare nel collegio vocazionale dei Carmelitani Scalzi a Monza: terminati gli studi ginnasiali, nel 1930, Carlo chiese di entrare nell’Ordine del Carmelo.
L’11 luglio 1930, presso il convento di Concesa (MI), nel Santuario della Divina Maternità, Carlo rivestì l’abito dell’Ordine della Beata Vergine Maria del Monte Carmelo e prendendo il nome nuovo di fra Marcello dell’Immacolata. Fu l’inizio del Noviziato. Il 17 luglio 1931 fece la prima professione. Dopo gli studi liceali e filosofici a Milano, fra Marcello proseguì gli studi teologici a Piacenza. L’8 dicembre 1935 fece la professione solenne. L’11 giugno 1938 venne ordinato sacerdote.
Dopo due brevi tappe a Torino e Parma, venne trasferito a Bologna dove rimarrà dieci anni. Nel 1948 fu mandato a Ferrara presso il convento di San Girolamo: per trentasei anni la città conoscerà l’incessante servizio di carità di Padre Marcello, soprattutto come confessore e direttore spirituale. Dal 1951 al 1957 ricoprì l’incarico di priore del convento. Nel 1960 divenne Cappellano della Divisione Pediatrica dell’Arcispedale Sant’Anna.
Morì il 13 luglio 1984.
L'Inchiesta diocesana sulla "vita, virtù e fama di santità" è stata aperta presso la diocesi di Ferrara l'8 dicembre 2014 e si è chiusa il 25 settembre 2021.
Nella plurisecolare storia delle Apparizioni della Vergine Maria, suor Lucia (come era comunemente conosciuta) è stata la veggente vissuta più a lungo; nel quasi un secolo di vita (98 anni), ella ha vissuto la sua vicenda umana e personale, come veggente dialogante con la Vergine e come suora consacrata nella clausura del Carmelo, proiettando per tutto il secolo XX, la luce di un messaggio accorato e materno di Maria, preoccupata della salvezza delle anime, specie quelle dei peccatori.
Lucia Dos Santos era nata il 22 marzo del 1907 ad Aljustrel, frazione di Fatima in Portogallo, ultima di altre tre sorelle ed un fratello, da Antonio Dos Santos e da Maria De Jesus.
La famiglia era modestissima e Lucia come tanti altri ragazzi e bambine del villaggio, portava al pascolo il piccolo gregge di pecore e capre, che costituiva l’unica ricchezza della famiglia e con lei si associavano con lo stesso compito, i piccoli cugini Francesco e Giacinta Marto, il cui genitore aveva sposato la sorella di suo padre, Olimpia Dos Santos.
Nessuno dei tre ragazzi frequentava la scuola, peraltro non esistente nel villaggio; domenica 13 maggio 1917, Lucia che aveva 10 anni, Francesco di 9 anni e Giacinta di 7 anni, dopo aver assistito alla celebrazione della Santa Messa nella chiesa parrocchiale di Fatima, ritornarono ad Aljustrel per condurre al pascolo i piccoli greggi e visto il bel tempo, scelsero questa volta di andare alla Cova da Iria, una grande radura a forma di anfiteatro delimitata da una collina.
Mentre giocavano, verso mezzogiorno in cielo apparve un bagliore come di fulmini, preoccupati per un probabile temporale in arrivo, radunarono gli ovini e presero a scendere la collina, verso la metà del pendio, vicino ad un leccio, si ripresentò il bagliore e comparve ritta sopra il verde leccio, una Signora biancovestita, tutta luminosa emanante una luce sfolgorante, con un velo che scendeva fino ai piedi sui quali erano poggiate due rose, per cintura aveva un cordone dorato e nelle mani un rosario luccicante con la croce in argento.
La Celeste Visione li tranquillizzò, “Non abbiate paura, non vi farò del male”, e qui per la prima volta Lucia Dos Santos si rivolse alla Signora chiedendo da dove venisse.
Si instaurò fra la Signora e Lucia un colloquio che sarà il primo di tanti altri, che si avranno nei sei mesi consecutivi fino al 13 ottobre 1917, ultimo incontro alla Cova da Iria.
In effetti tutti e tre i pastorelli veggenti vedranno la Vergine nei sei appuntamenti, ma solo Lucia la sentirà parlare e colloquierà con lei, Giacinta la vedrà e sentirà, ma non parlerà con Lei, mentre Francesco la vedrà solo, e saprà ciò che la Signora diceva, dalle due bambine.
Per brevità omettiamo qui di scrivere dettagliatamente i vari colloqui, rimandando alla scheda Beata Vergine Maria di Fatima; sintetizzando invece sia il messaggio ricevuto sia gli avvenimenti che coinvolsero i tre pastorelli.
La Bianca Signora, che nell’ultima apparizione dirà che è la Signora del Rosario, chiese all’umanità, parlando con Lucia, che se volevano la pace e la fine della Prima Guerra Mondiale, che imperversava in Europa fra Nazioni cristiane, occorreva fare Penitenza, recitare il Rosario, riparare alle offese che i peccatori arrecavano al suo divin Figlio Gesù.
Inoltre chiese la consacrazione al suo Cuore Immacolato della Russia in preda all’ateismo, la costruzione di una cappella in suo onore nel luogo delle Apparizioni; invitò a pregare molto e fare dei sacrifici per i poveri peccatori, “molti dei quali vanno all’inferno perché non c’è nessuno che si curi di pregare e di fare sacrifici per loro”.
Intanto i tre pastorelli erano oggetto d’incredulità, scherno dei concittadini, opposizione da parte delle autorità civili anticlericali, per cui finirono anche in carcere a scopo intimidatorio, saltando per questo l’appuntamento del 13 agosto con la Signora.
Fu ancora Lucia ha chiedere nella terza apparizione del 13 luglio, che la Signora desse un segno miracoloso, che facesse credere tutti sulla sua presenza e a lei la Vergine promise un prodigio il 13 ottobre.
La folla ormai era enorme ad ogni appuntamento, e nell’incontro di ottobre, c’erano sulle 70.000 persone in preghiera e in attesa dell’evento promesso, che si verificò al termine del colloquio fra la Vergine e Lucia; tutti poterono vedere il sole, sbucato improvvisamente in una giornata di pioggia persistente, mettersi a fare movimenti innaturali, tremava, si muoveva sembrando precipitare, i testimoni dissero, “che cominciò a ballare”, al termine, gli stupiti e terrorizzati pellegrini, si ritrovarono gli abiti bagnati dalla pioggia incessante, perfettamente asciutti.
La Madonna aveva detto a Lucia che Francesco e Giacinta sarebbero presto andati in cielo, mentre Lucia sarebbe rimasta ancora nel mondo per farLa conoscere ed amare, diffondendo la devozione al suo Cuore Immacolato.
In quegli anni, successivi alla catastrofe della Prima Guerra Mondiale, imperversò in gran parte dell’Europa, la terribile epidemia di febbri influenzali detta ‘la spagnola’, che fece innumerevoli vittime; e la malattia colpì anche i due fratellini Marto.
Francesco morì il 4 aprile 1919 a quasi 11 anni nella casa paterna di Aljustrel; molto sensibile e contemplativo aveva trascorso i 17 mesi dalle apparizioni orientando la sua spiritualità e penitenza a “consolare il Signore”.
I suoi resti mortali rimasero nel cimitero parrocchiale di Fatima fino al 13 marzo 1952, quando furono traslati nella Basilica della Cova da Iria, nella Cappella al lato destro dell’altare maggiore.
Giacinta Marto sopravvissuta al primo attacco dell’epidemia, subì i postumi con una dolorosa malattia che sopportò offrendo tutte le sue sofferenze per la conversione dei peccatori, per la pace nel mondo e per il Santo Padre “che dovrà soffrire molto”.
Morì il 20 febbraio 1920 nell’ospedale ‘D. Estefânia’ di Lisbona a quasi 10 anni; la sua salma inizialmente tumulata nella tomba di famiglia del barone Alvalázere a Ourém, fu trasportata il 12 settembre 1935 al cimitero di Fatima, vicino alla tomba del fratello Francisco e da lì il 1° maggio 1951, traslata nella Basilica di Cova da Iria nella Cappella al lato sinistro dell’altare maggiore.
Il processo di beatificazione dei veggenti di Fatima, Francesco e Giacinta Marto, fu introdotto nel 1952 e si concluse nel 1979. Il 13 maggio 1989 furono dichiarati ‘venerabili’ e il 13 maggio 2000 papa Giovanni Paolo II li proclamò Beati proprio a Fatima, con la celebrazione liturgica fissata al 4 aprile per Francesco e al 20 febbraio per Giacinta.
Lucia Dos Santos o De Jesus, dal cognome materno come si usa nei Paesi Iberici, restò ad Aljustrel fino al 17 giugno 1921, quando partì per Oporto, dove fu ricevuta come alunna interna nel Collegio delle Suore Dorotee a Vilar alla periferia della città.
Il 24 ottobre 1925 entrò a far parte dell’Istituto di Santa Dorotea, mentre contemporaneamente fu ammessa come postulante nel convento della stessa Congregazione a Tuy in Spagna, vicino alla frontiera portoghese.
Il 2 ottobre 1928 pronunciò i suoi primi voti come sorella conversa, prendendo il nome di religiosa di suor Maria Lucia dell’Addolorata. Dopo sei anni, il 3 ottobre 1934 pronunciò i voti perpetui.
In occasione della rivoluzione comunista in Spagna, sfociata nella sanguinosissima Guerra Civile (1936-1939) con migliaia di sacerdoti e religiosi massacrati, per ragioni di sicurezza venne trasferita nel Collegio di Sardão, a Vila Nova de Gaia, dove rimase per qualche tempo.
Il 20 maggio 1946, suor Lucia poté rivedere il luogo delle apparizioni, andando alla Cova da Iria e nei luoghi delle precedenti visioni, che diremo appresso.
Il 25 marzo 1948, suor Lucia lasciò l’Istituto di Santa Dorotea e a 41 anni, entrò nel Carmelo di San Giuseppe a Coimbra con il nome di suor Maria Lucia del Cuore Immacolato; la scelta di un Ordine di clausura fu approvata dal vescovo di Coimbra e da papa Pio XII, perché si rendeva necessario preservarla dal gran numero di visite anche curiose, che la tormentavano e per farla ritrovare tranquillità e spazio per la meditazione e la crescita della sua vita spirituale.
Il 13 maggio 1949, suor Lucia vestì l’abito di S. Teresa e il 31 maggio 1949 fece la professione come carmelitana scalza; ritornò poi a Fatima diverse volte, il 13 maggio 1967, incontrando papa Paolo VI; nel 1981 per dirigere nel Carmelo, un lavoro di pittura sulle apparizioni di Fatima, ancora il 13 maggio 1982 quando incontrò per la prima volta papa Giovanni Paolo II, incontro che si ripeté il 13 maggio 1991 quando il papa si recò a Fatima una seconda volta, nel decimo anniversario dell’attentato e il 13 maggio 2000 per la beatificazione dei due suoi cugini.
È vissuta nel Carmelo di Coimbra, appartata e silenziosa per ben 57 anni, rispondendo solo alle richieste di chiarimenti e precisazioni del vescovo e dei papi, ed è morta a 98 anni il 13 febbraio 2005.
Dopo un anno, il 19 febbraio 2006, la sua salma è stata trasferita con grande partecipazione di popolo, nella Basilica della Vergine di Fatima, accanto agli altri due veggenti, i Beati Francesco e Giacinta Marto.
Lucia Dos Santos fu la veggente che in effetti parlò dialogando con la Vergine, per tutto il ciclo delle Apparizioni, a lei furono affidati messaggi anche terribili e da interpretare; ma l’assicurazione della Madonna, che sarebbe rimasta in questo mondo, al contrario dei piccoli cugini, indica chiaramente che Lucia, oltre che depositaria dei segreti, restava in questa terra per compiere una determinata missione.
Del resto il 13 maggio 1917, la Bianca Signora le chiese di venire alla Cova da Iria per sei mesi consecutivi, aggiungendo “poi ritornerò ancora qui una settima volta”.
Quindi ci sarebbe stata una settima apparizione, ma quando? E Lucia era ancora una volta la veggente-confidente? Questa promessa è rimasta un mistero, se la settima apparizione non è avvenuta segretamente, allora resta una delle grandi aspettative relative a Fatima.
Suor Lucia è stata la protagonista principale, di un fenomeno eccezionale nel campo delle apparizioni, la fenomenologia si può dividere in tre cicli; il ciclo angelico; il ciclo mariano; il ciclo del Cuore Immacolato.
Il ciclo angelico comprende tre apparizioni di un Angelo, avvenute fra l’aprile e l’ottobre del 1916, che si mostrò ai tre bambini, due volte alla “Loca do Cabeço” e una volta vicino al pozzo nell’orto della casa paterna ad Aljustrel. È Lucia che lo racconterà, dicendo che l’Angelo, tutte e tre le volte, li invitava alla preghiera e alla penitenza.
Il ciclo mariano, sono le sei apparizioni avvenute alla Cova da Iria di Fatima dal 13 maggio al 13 ottobre 1917; dove la Santa Vergine trasmette soprattutto a lei, i messaggi prima citati, insieme ad altre raccomandazioni come quella di imparare a leggere e scrivere, per poter meglio trasmettere agli altri le sue volontà.
Inoltre nel terzo incontro quello del 13 luglio, i ragazzi ebbero per un attimo la terrificante visione dell’inferno, con fuoco, dannati e diavoli, a dimostrazione della punizione meritata dalle anime persistenti nel peccato. Il ciclo si concluse con il già citato miracolo del ‘ballo del sole’.
Il ciclo del Cuore Immacolato, cominciò dopo le apparizioni di Fatima ai tre veggenti, e Lucia ne fu la sola destinataria, i cugini erano morti da qualche anno.
Il 10 dicembre 1925 la Santa Vergine apparve a suor Lucia nella sua cella, nel convento delle Suore di Santa Dorotea a Pontevedra in Spagna, con a fianco il Bambino Gesù su una nuvola luminosa, e tenendo nelle mani un Cuore circondato di spine; il Bambino Gesù le si rivolse così: “Abbi compassione del Cuore della tua santissima Madre, che è coperto di spine, che gli uomini ingrati in ogni momento vi configgono, senza che ci sia nessuno che faccia un atto di riparazione per toglierle”.
La Santa Vergine aggiunse: “Guarda figlia mia, il mio Cuore circondato di spine, che gli uomini ingrati in ogni momento mi configgono con bestemmie ed ingratitudini. Almeno tu vedi di consolarmi, e dì che tutti coloro che per cinque mesi, il primo sabato, si confesseranno, ricevendo la santa Comunione, reciteranno un rosario e mi faranno compagnia per 15 minuti, meditando i quindici misteri del Rosario con l’intenzione di alleviare la mia pena, Io prometto di assisterli nell’ora della morte con tutte le grazie necessarie per la salvezza di queste anime”.
Il 15 febbraio 1926 il Bambino Gesù, apparve di nuovo a suor Lucia a Pontevedra, insistendo con lei per la divulgazione della devozione al Cuore Immacolato della Santa Madre e dei cinque primi sabato dedicati a Lei.
Suor Lucia continuò ad avere esperienze mistiche e messaggi interiori negli anni successivi; il 17 dicembre 1927, nella Casa delle Dorotee a Tuy, Nostro Signore le fece udire la Sua volontà, di scrivere quanto il confessore e il vescovo le chiedevano e poi nel 1941 mise per iscritto ciò che riguardava due delle tre parti del ‘Segreto’ di luglio: La visione dell’inferno, la devozione al Cuore Immacolato, la Seconda Guerra Mondiale, la previsione dei danni arrecati all’umanità, dalla defezione dalla fede cristiana da parte della Russia, che aderiva al totalitarismo e all’ateismo.
La terza parte rimase nel cuore di Lucia, che solo il 3 gennaio 1944, la scrisse in una lettera indirizzata al vescovo di Leiria, mons. José de Silva, che glielo aveva ordinato in occasione di una grave malattia che l’aveva colpita.
Il documento rimasto segreto, fu poi portato a Lisbona e da lì, tramite la Nunziatura Apostolica in Portogallo, fu portato e mostrato a papa Giovanni XXIII a Roma, il quale dopo averlo letto lo fece sigillare e depositare negli Archivi Segreti Vaticani, dove è rimasto per 48 anni, letto solo dai successivi pontefici, che non vollero mai divulgarlo.
Negli anni che fu suora della Congregazione di Santa Dorotea, suor Lucia dell’Addolorata, ebbe decine di visioni, colloqui mistici con Gesù, tutti aventi come scopo la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria; scrisse decine di lettere al suo direttore spirituale padre Gonçalves, spronandolo a far realizzare questa consacrazione ormai considerata tardiva; scrisse per questo ai pontefici Pio XI e Pio XII, finché il 31 ottobre 1942 nel radiomessaggio al Portogallo, papa Pio XII consacrò la Chiesa e il genere umano al Cuore Immacolato di Maria e nel 1952 lo stesso Sommo Pontefice consacrò a Maria i popoli della Russia.
Dopo l’attentato subito il 13 maggio 1981 in Piazza S. Pietro, papa Giovanni Paolo II volle leggere il testo della terza parte del segreto, restituendolo poi agli archivi segreti; instaurando poi una corrispondenza con suor Lucia, dimorante dal 1948 nel convento carmelitano di Coimbra.
Il Santo Padre si convinse che la mano materna di Maria, aveva deviato la pallottola omicida e che taluni passi del terzo segreto si riferissero proprio a questo episodio.
Il 13 maggio 2000 a Fatima, dopo la proclamazione a Beati di Francesco e Giacinta, fece leggere al cardinale Segretario di Stato Angelo Sodano, una comunicazione che anticipava i contenuti della terza parte del ‘segreto’, autorizzando la Congregazione per la Dottrina della Fede a divulgarlo con opportuno commento teologico, redatto dall’allora Prefetto, il card. Joseph Ratzinger.
Dopo gli eventi drammatici e crudeli del secolo XX, uno dei più cruciali della storia dell’uomo, culminato con l’attentato cruento al Vicario di Cristo in terra, si apre dunque un velo su una realtà che fa storia e che la interpreta in profondità, secondo una dimensione spirituale a cui la mentalità odierna, spesso venata di razionalismo, è refrattaria.
Tutto ciò è avvenuto quasi un secolo fa, con l’umile e sbalordita partecipazione di tre semplici pastorelli, e con il dono di un messaggio mariano, ricevuto, custodito e trasmesso, da Lucia Dos Santos, la piccola veggente dialogante con la Vergine a Fatima e poi suora consacrata fedele alla Regola, per tutta la sua lunghissima vita.
L'Inchiesta diocesana sulla "vita, virtù e fama di santità" si è chiusa l'11 febbraio 2017 presso la diocesi di Coimbra. Il 14 settembre 2018 è stato concesso il decreto di validità.
Nacque a Siwcowka, diocesi di Cracovia, nel 1876 nona di dieci figli della famiglia Siwiec, da tutti chiamata con il diminutivo di Kundusia.
Respira la serenità del paesaggio e della sua famiglia il cui papà, anche in tarda età, andava al pascolo fischiettando e cantando e alla sera si incantava ad ammirare le sfumature del tramonto seduto davanti a casa. Kundusia impara a leggere ed a firmare partecipando, nei mesi invernali, ad una specie di “scuola serale”, nella quale suoi insegnanti sono gli abitanti più istruiti del villaggio. In compenso cresce determinata, volitiva e profondamente religiosa, con un fidanzato, cui tiene molto e con il quale già fa progetti di matrimonio.
La svolta nella sua vita arriva nel 1896, partecipando alla missione popolare predicata da un padre redentorista: Kundusia, con i suoi 20 anni e un matrimonio in vista, scopre improvvisamente la sua vocazione: “vivere nel mondo, ma soltanto per Cristo”. Riorganizza così la sua vita attorno a questo ideale, dando la precedenza assoluta alle cose spirituali. Comincia con l’iscriversi all’Apostolato della Preghiera, poi frequenta un corso di catechesi per preparare al matrimonio le ragazze montanare e i bambini alla prima comunione, infine aderisce al Terz’Ordine carmelitano. Nel villaggio osservano la sua metamorfosi, da ragazza “come tutte” a, gradatamente, sempre più “di Gesù”: non sanno, ma riescono ad intuire che dietro a tutto questo c’è una grande intimità con il paradiso, scaturita e sostenuta da lunghe ore di preghiera “cuore a cuore” con Gesù.
Nel 1929 offre il terreno che le sarebbe toccato in eredità per costruire un “centro educativo”: una scuola regolare, insomma, quella che lei mai ha potuto frequentare, tenuta da suore patentate, che per di più si prendono cura dell’educazione di bambini ed adulti. Annessa al Centro viene costruita anche una cappella e solo da quell’anno, dunque, Kundusia ha la gioia e l’opportunità della messa quotidiana. L’Eucaristia mette le ali alla sua spiritualità e fa crescere la sua intimità con Gesù. Non si sa esattamente da quando, ma nella sua vita cominciano a verificarsi fenomeni strani, particolarmente dopo la comunione. Gli “addetti ai lavori” li definiscono “locuzioni interiori”, che altro non sono in fondo che rivelazioni interiori da parte di Gesù, della Madonna e dei santi. Kundusia lo rivela al suo confessore solo nel 1942, con un po’ di imbarazzo, ammettendo che ciò si verifica da tempo.
Questo “filo diretto” con il paradiso la porta gradatamente a maturare la decisione di offrire la sua vita in riparazione dei peccati del mondo e far crescere in lei una oblatività completa, in unione al sacrificio di Gesù sulla croce. Da Kundusia cominciano ad affluire persone semplici e colte, sacerdoti e religiose per un consiglio, un aiuto spirituale, un incitamento al bene: tutti ricevono da questa donna illetterata ciò di cui hanno bisogno. Entrando in casa sua la trovano impegnata con i fratelli nella lettura di opere mistiche, che lei commenta con una profondità e competenza che stupiscono anche fiori di teologi. La sua unione completa con Gesù raggiunge il culmine con l’accettazione gioiosa della sofferenza: nel 1948 viene colpita da un tumore osseo con metastasi diffuse, con sofferenze indicibili nascoste dietro il suo consueto atteggiamento sorridente e scherzoso. Tutto viene offerto in riparazione dei peccati del mondo, tutto vissuto in unione al sacrificio della croce.
Muore serenamente, tra dolori lancinanti, il 27 giugno 1955.
L'Inchiesta diocesana sulla "vita, virtù e fama si santità" è stata aperta il 21 dicembre 2007 e chiusa il 28 ottobre 2011 presso l'Arcidiocesi di Cracovia. Il decreto di validità è stato concesso il 1 marzo 2013.
Nacque ad Amburgo, Germania, il 10 novembre 1810. Suo padre era un ricco commerciante. Sua madre lo conduceva, ancora bambino, alla sinagoga, dove l’ascolto della Torah, gli trasmetteva un vago senso dell’assoluto. In collegio a sei anni, in ambiente protestante, appare singolarmente inclinato allo studio delle lingue, ancora di più alla musica. Inizia a studiare e a suonare pianoforte, così che presto si sente un genio, in grado di superare il suo stesso maestro.
Nel 1831, si reca a Parigi, per perfezionare lo studio del pianoforte alla scuola di Liszt. Ha 12 anni ed è un bambino-prodigio. Liszt lo soprannomina "Putzig" e lo considera il suo allievo migliore di tutti, quindi il suo prediletto, impareggiabile nelle doti, nella musica. Presto diventa un piccolo idolo, corteggiato nei salotti dell’alta società, ammirato e vezzeggiato da musicisti e scrittori, come la celebre George Sand. Ha un’insaziabile sete di amore e di felicità ed è lusingato dai brillanti successi; sempre più ambizioso e vanitoso, per dieci anni condurrà una vita irrequieta e passionale. Concerti, sempre alla ribalta. Vita nel "bel mondo" dove l’arte si congiunge spesso al peccato. Prende la mania del gioco d’azzardo e accumula debiti su debiti. Nel 1841, "Putzig", dopo otto anni di amicizia, rompe con Liszt, anche se è il suo allievo più dotato. Lo avrebbe rivisto e si sarebbe riappacificato con lui solo 20 anni dopo, a Roma, quando entrambi avranno cambiato vita.
Un giorno di maggio 1847, quando ormai ha 27 anni, è richiesto di sostituire temporaneamente il direttore del coro della piccola chiesa di S. Valeria. Al termine della funzione religiosa, Hermann si accorge che sull’altare addobbato, tra le candele accese e i fiori, è esposto un prezioso "oggetto" in oro che il sacerdote alza con devozione, tracciando un segno di croce su tutti i presenti inginocchiati. "Provai - dirà - un’emozione particolare come io prendessi parte alla benedizione, che tuttavia non sembrava destinata a me". Gesù Eucaristico, dall’ostensorio, iniziava su Hermann Cohen, ebreo figlio di ebrei, la sua mirabile attrazione di amore. Da quel giorno, ogni venerdì, si sente spinto da un impulso irresistibile, a partecipare alla funzione mariana e ogni volta prova lo stesso struggente dolore mentre il sacerdote imparte la benedizione con il santissimo Sacramento. Cade in ginocchio, pur senza sapere davanti a Chi si inginocchia. Comincia per settimane a frequentare la Messa, senza capirne nulla, fino a quando trova il coraggio di aprirsi a un sacerdote:
"Raccontai ciò che mi era capitato. Egli mi ascoltò con interesse e mi raccomandò la calma, la perseveranza nelle mie disposizioni e la fiducia nelle vie che il Signore, senza dubbio, mi avrebbe fatto conoscere. In questo stato d’animo, andai a Ems, in Germania, per un concerto. Appena arrivato, andai dal parroco della piccola chiesa. Il giorno successivo, l’8 agosto 1847, era domenica e senza timore, nonostante la presenza dei miei amici, andai a Messa. Al momento della consacrazione, sentii fiumi di lacrime scorrere dai miei occhi. La Grazia divina mi aveva colmato. Bagnato di lacrime, avvertivo un forte dolore di pentimento per la mia vita passata. All’improvviso, offri a Dio una confessione generale di tutti i miei peccati. Li vedevo tutti dinanzi a me, i miei peccati, a migliaia, brutti, ripugnanti… D’altra parte sentivo una calma sconosciuta… che Dio misericordioso mi avrebbe perdonato, per il mio profondo pentimento, per il mio amaro dolore. Sì, sentivo che Dio accettava come espiazione la mia decisione a amarlo sopra ogni cosa e di convertirmi. Uscendo dalla chiesa di Ems, mi sentivo cristiano-cattolico, anche se non avevo ancora ricevuto il Battesimo".
Tornato a Parigi, Hermann, il 28 agosto 1847, festa di S. Agostino, alle tre del pomeriggio, nella Chiesa di Nostro Signore di Sion, riceve il Battesimo con il nuovo nome di Agostino, da Mons. Legrand. L’8 settembre successivo, la I° Comunione a 27 anni. Il 3 dicembre, la Cresima, da Mons. Affre, Arcivescovo di Parigi. Ricorderà:
"Impaziente, aspettavo con ansia il più bel giorno della mia vita, in cui avrei ricevuto Gesù per la prima volta e piangevo di gelosia mentre vedevo altri accostarsi alla S. Comunione. Finalmente fui ammesso, e Gesù Eucaristico mi trasformò in un uomo nuovo, mi protesse dagli attacchi seducenti del mondo. Questo tesoro mi tirava via da tutto ciò che una volta mi teneva legato". D’ora in avanti, Hermann Cohen, l’ebreo convertito a Cristo, sarà l’innamorato di Gesù-Ostia "alla follia".
Presto gli matura in cuore un desiderio solo: diventare sacerdote e carmelitano. Ma per due anni, è obbligato a dare concerti per guadagnare i soldi con cui pagare i debiti, che ammontano a 30 mila franchi. Intanto, il suo unico polo d’attrazione ormai è solo Gesù nel SS.mo Sacramento. Passa lunghe ore in adorazione davanti a Lui. Lo affascina l’adorazione notturna, in riparazione dei peccati del mondo, per la salvezza dell’umanità. Per consigli del suo direttore spirituale, cerca un gruppo di uomini pieni di fede e con loro, il 6 dicembre 1848, inaugura l’adorazione notturna a Gesù Eucaristico nella chiesa di Nostra Signora delle Vittorie a Parigi. Di lì, si diffonde in altre parrocchie della capitale francese, quindi in tutta la Francia. Herman scrive: "Una sete ogni giorno più ardente mi spinge all’Eucaristia, questa sorgente d’acqua viva. Per contemplarti, sempre, o Gesù, le ore della giornata mi sfuggono troppo veloci; ho cercato attorno a me fedeli che bruciassero dello stesso fuoco e siamo andati insieme a trascorrere le notti nelle tue chiese… notti indescrivibili! O mio Gesù, mi hai attirato a Te con dolcezza e tenerezza, così amabilmente che anche l’ultimo filo tra me e il mondo si è strappato e mi sono affrettato a gettarmi tra le tue braccia… a vivere totalmente per Te e sempre unito a Te".
A 28 anni, Hermann entra nel Carmelo a Broussey e il 12 settembre 1849, veste l’abito religioso con il nome di fra Agostino del SS.mo Sacramento. Seguono il noviziato e rapidi e intensi studi teologici. Il 19 aprile 1851, Pasqua di risurrezione del Signore, è ordinato sacerdote. È al culmine della sua vita, della sua gioia. Dalla sinagoga, per mezzo della Madonna SS.ma, è giunto all’altare di Gesù Eucaristico, a essere per sempre suo ministro, che offre al Padre il suo perenne sacrificio. Quale grandezza e quale meraviglia, quale felicità! Più che mai è "sacerdos propter Eucaristiam". Inizia da allora un incessante apostolato di predicatore, coronato da enorme successo in Francia e in Europa. La sua conversione e la sua ascesa al sacerdozio suscitano stupore anche al di là della Francia e da ogni dove molti desiderano ascoltarlo. A S. Sulpice a Parigi, la gente affluisce curiosa per la sua prima predica. P. Agostino, chiede perdono per lo scandalo che prima aveva dato in città e poi parla della gioia, la vera gioia:
"L’ho cercata nella celebrità dell’artista, nell’amicizia di uomini famosi, nei divertimenti. E voi, fratelli miei, l’avete trovata? L’uomo è creato per la felicità, ma la maggior parte la cerca dove non si può trovare . Io l’ho trovata, la godo e ne ho talmente tanta che trabocco di gioia. Solo Dio è la gioia e può colmare il desiderio dell’uomo. Esiste una sola felicità: amare Gesù e essere amato da Lui. Gesù Eucaristico è la Vita e la Felicità".
Il suo ardente amore per Gesù Eucaristico e per Maria SS.ma suscita in tutta Europa innumerevoli conversioni e battesimi, anche fra gli ebrei. Una gioia particolare per P. Agostino sono le conversioni dei suoi parenti dall’ebraismo alla Chiesa Cattolica. Il 19 giugno 1852, dà il Battesimo a sua sorella Henriette. Quattro anni dopo, il 14 ottobre 1856, battezza suo nipote Georges di 11 anni. Quando il padre del ragazzino viene a saperlo, pieno di collera, lo rinchiude in una scuola protestante. Georges soffre moltissimo ma persevera nella fede, nei lunghi mesi d’esilio. La sua perseveranza porta alla conversione lo zio Albert che dichiara: "Una religione che dà a un bambino tanto coraggio, dev’essere davvero divina". Così P. Agostino battezza anche il fratello maggiore Albert. Animato dallo stesso ardore per Gesù e per condividere con altri fratelli la dedizione a Lui, nel 1859, ripristina il convento carmelitano di Lione. Si incontra in quell’anno con il S. Curato d’Ars, vicino alla sua ultima ora, che gli predice un luminoso cammino di santità e opere grandi nella Chiesa. Il 5 agosto 1862, parte per l’Inghilterra per fondare un convento a Londra, nel fervido clima di rinascita del Cattolicesimo in quell’isola. Dove egli passa, è la luce e l’amore a Gesù Eucaristico che illumina, trasforma e santifica le anime e fa ardere di zelo i sacerdoti e i religiosi. Per vivere più intensamente la sua consacrazione religiosa, nel 1868, si ritira nel "deserto" di Tarasteix, quindi si reca a Lourdes, dove è guarito miracolosamente da grave malattia agli occhi. Quanto gli resta di vita, lo consumerà per Gesù in un vero incendio di amore, come narra la bella biografia scritta dal P. Antonio di Maria SS.ma, Dalla Sinagoga all’Eucaristia (Postul. Generale O.C.D., Roma, 1961).
Nel 1870, dopo la sconfitta francese a Sédan, è costretto a lasciare la Francia. La prima tappa dell'esilio è a Montreux, in Svizzera, come cappellano dei profughi. Quindi il 24 novembre riparte per Spandau, presso Berlino, dove si prende cura di 5500 prigionieri francesi, ai quali fa sentire la carità di Cristo e la luce fulgente che scaturisce da Lui Eucaristico.
Il 20 gennaio 1871, muore di vaiolo a soli 50 anni, incandescente di amore a Gesù. Sino all’ultimo aveva spiegato: "Ho attraversato il mondo, ho visto il mondo, ho amato il mondo. Una cosa ho imparato nel mondo: che non dà la felicità. Poi Maria SS.ma mi ha svelato il segreto dell’Eucaristia e ho compreso che l’Eucaristia è la vita, la felicità. Non ho altra madre che la Madre del Bell’Amore, la Madre dell’Eucaristia. Ella mi ha dato Gesù Eucaristico e Gesù Eucaristico mi ha rapito il cuore".
Il 19 gennaio del 2016 si è dato inizio, presso l'Arcidiocesi di Bordeaux, all'Inchiesta diocesana sulla "vita, virtù e fama di santità".
Nacque a Genova il 3 ottobre 1913, primo dei cinque figli di Giacomo Ballestrero e Antonietta Daffunchio.
Entrò nell'Ordine dei Carmelitani Scalzi. Il 6 giugno 1936 fu ordinato sacerdote. Partecipò al concilio Vaticano II in quanto superiore generale dei Carmelitani, incarico che ricoprì per 12 anni, dal 1955 al 1967. Il 21 dicembre 1973 fu eletto arcivescovo di Bari e Canosa. Ricevette la consacrazione episcopale il 2 febbraio 1974.
Nel 1975 predicò gli esercizi spirituali a Paolo VI e alla Curia vaticana. Il 1º agosto 1977 fu chiamato a succedere al cardinal Michele Pellegrino e venne nominato arcivescovo di Torino. Papa Giovanni Paolo II lo elevò al rango di cardinale nel concistoro del 30 giugno 1979. Dal 1979 al 1985 fu presidente della Conferenza episcopale italiana. Il 5 febbraio 1980 ufficializzò la costituzione della Caritas diocesana torinese dopo un periodo sperimentale durante il quale era stata gestita dall'ingegner Giorgio Ceragioli.[2][3] In quell'occasione nominò direttore don Piero Giacobbo, il quale nel 1986 venne sostituito nella guida della Caritas da don Sergio Baravalle.[2]
Le sue lettere pastorali, come pure i due convegni ecclesiali diocesani che si tennero durante il suo episcopato (Evangelizzazione e promozione umana e Sulle strade della riconciliazione), ebbero una notevole influenza sul cammino della Chiesa torinese di quegli anni.[4]
Il 14 novembre 1983,[5] dopo la decisione dell'ex re d'Italia Umberto II di donarla alla Chiesa cattolica, fu nominato custode della Santa Sindone; in tale veste rese note le risultanze degli esami effettuati sulla reliquia con il metodo del carbonio-14.[6]
Lasciò l'incarico di arcivescovo di Torino il 31 gennaio 1989. Morì a Bocca di Magra, nella casa di spiritualità carmelitana dove si era ritirato, il 21 giugno 1998 all'età di 84 anni. È sepolto nella cripta dell'eremo del Deserto di Varazze.
Il 9 ottobre 2014 si è dato inizio, presso l'Arcidiocesi di Torino, all'Inchiesta diocesana sulla "vita, virtù e fama di santità".
Nacque a Lucca il 30 marzo 1910. I suoi genitori, Davino ed Annunziata, erano contadini di modesta condizione; ebbero 12 figli.
Il 3 aprile fu battezzata; ricevette il sacramento della cresima il 3 ottobre 1915 e il 7 maggio 1916 la Prima Comunione.
All'età di dodici anni decise di donarsi completamente a Dio, sentendo la chiamata alla vocazione religiosa. Il 24 maggio 1930 entrò come probanda dalle Suore Carmelitane di S. Teresa di Campi Bisenzio (Firenze).
Entrata in convento, vi restò per 14 mesi, ma fu dimessa nell'agosto del 1931 poiché soffriva di disturbi fisici di natura non ben precisata. Alcuni anni dopo fu accolta nel Terz'Ordine secolare carmelitano, nel quale prese il nome di Teresa di Gesù Bambino. Umile, silenziosa, sorridente, cercò di vivere il motto-programma: "Amare, patire, tacere: tutta qui è sintetizzata la mia vita". Nell'ultimo periodo della sua vita, anche se ridotta all'immobilità del letto dalla sua malattia, Anita si fece promotrice ed animatrice di numerose iniziative parrocchiali ed apostoliche.
Morì il 24 agosto 1942.
Il decreto sulle virtù eroiche è stato promulgato il 21 dicembre 1991.
Nacque nell'ottobre del 1831. Era la più grande di otto fratelli della famiglia ricca e religiosa di Vypussery di Ochanthuruth.
All'età di 16 anni, Eliswa, il cui nome è una versione Malayalam del nome Elisabetta, sposa Vareed Vakayil, un vecchio uomo d'affari di Koonammavu vicino a Varapuzha. La famiglia Vakayil, che tradizionalmente si occupava di zenzero secco ( chukku ) e di altri beni, aveva poteri amministrativi su grandi aree di terra a Koonammavu.
Alla morte del marito, come era usanza in quel periodo Eliswa vedova e ricca avrebbe dovuto risposarsi. Rifiutò tutte le proposte e trascorse il suo tempo nella preghiera e nella cura dei poveri, vivendo in una semplice capanna con un tetto di paglia costruita presso la casa di Vakayil a Koonammavu.
Nel 1862, Eliswa confessò il suo desiderio di servire Dio al suo parroco, un giovane italiano chiamato p. Leopoldo. Nel 1866, le prime monache di Kerala formarono la Congregazione delle Carmelitane Teresiane (CTC) sotto TOCD. Il primo convento era una semplice casa di bambù a Koonammavu, sulla terra una volta amministrata da Vareed Vakayil. La congregazione, sotto la Madre Eliswa, aveva il compito di insegnare alle ragazze che non avevano alcun mezzo per conseguire una adeguata istruzione. La scuola LP di St. Joseph a Koonammavu è stata fondata nel 1868 come la prima scuola cattolica per ragazze a Malabar. La missione di Madre Eliswa nella vita era quella di educare ragazze.
Quando si trasferì a Varapuzha dopo la separazione dei riti latini e siriani della Chiesa, fu istituita la Scuola di San Giuseppe per le ragazze a Varapuzha.
Madre Eliswa morì il 18 luglio 1913.
L’Inchiesta diocesana sulla “vita, virtù e fama di santità” si è chiusa il 5 novembre 2014. Il 7 aprile 2017 è stato concesso il decreto di validità.

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